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giovedì 20 ottobre 2011

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Se chiudo gli occhi il mondo si riveste di colori. E' più facile, perchè io mi vesto di buio. Di una sospensione tenue e sfumata, in cui quasi si può galleggiare in un tempo scandito solo dal proprio respiro. Il corpo insegue il cuore. E il cuore si fa sangue. Smette di rinnegarsi, come avevano preteso. E' come perdersi. E le cose più importanti richiedono proprio la causalità e lo schiudersi del perdersi. Del sapersi prendere tutto il vuoto che capita e che si spalanca davanti a noi, fino al saper vagare, vuoti ma sazi. In una corrente morbida, fatto di un calore lento, quasi essenziale. Le cose essenziali sono imprevedibili, radici che come legacci di uniscono al mondo. Il mio palloncino è bianco. Più della nostalgia. Mentre le nuvole decollano sprezzanti di ogni pericolo. C'è del rosso feroce nel mio respiro. Stinge il bianco. E' come ritrovarsi in un posto lontano ma vicinissimo.  Di una dolcezza essenziale, quasi tenera, ma forte. Le nostre palpebre grondano di vita intrappolata in ricordi, in immagini deformate dalla mente e dal cuore. Di suoni che ti avvicinano a ciò che è stato, ieri o tante lune fa. O forse non è mai successo. La memoria del cuore non ha regole. Si mangia i pezzi, senza aver fame. Qualcuno la chiama tentativo. Una coperta che si agita tra presente e passato. Forse è la mente che ci consente di essere più forti del tempo, e della nostra pelle. Di scavalcarlo, come un muro sporco. Nel gioco crudele delle aspettative, una volta infilata sotto le palpebre vorresti ritrovarci un indaco screziato di arancio. Quello che vorrei è smettere di volere ed aspettare. Frapporre tra me e il mio divenire una moderata lentezza, una discreta e sinuosa capacità di ondeggiare, capace di parare ogni colpo, di attenuare le ferite e di riavvolgere l'impazienza e l'insoddisfazione su un rocchetto, filo su filo. Non so ricamare e disegno con le dita, tra corde e nastri, per dare forme precarie, belle perchè sono destinate a cambiare, come nubi che strisciano su un tavolo fatto di cielo. E inciampo, nella casualità delle ombre, come in un teatro cinese, nel tuo pensiero, lontano, forse che scorre in un altro fiume. Tanti mondi e tante vite fa. Un pizzico al cuore ed in un istante mi sei nella gola a battermi forte come un tamburo. Chissà dove sei? Quale aria respiri? Se ti è mai capitato di pensarmi. Sembrava difficile dimenticarti, e a quanto pare sei stato più forte. Oltre tutto il rancore, ancora riemergi e a volte il tuo pensiero ha la forma della paura, di una freccia, di un lampo. Altre volte ricordo a quando mi hai insegnato ad ascoltare il mare e la sua voce. Mi addormentavo scavalcando la lontananza e ti prendevo la mano, mentre il mare non cessava di accarezzava il nodo che eravamo. Ascoltai il mare anche prima che partissi. Prima di partire per non tornare più. E forse fu amore il non ritornare. Se non come un pensiero, o come un fazzoletto.
Ci sono amori indomiti.
Bucano l'oblio e ti riempiono di una strana nebbia.
Nessuna paura, solo nostalgia.
Velenosa. 
Quanti frammenti di cuore può contenere il cuore di una donna? 

2 commenti:

  1. Urbis et orbis
    schegge di vetro
    ti vestono di buio
    e riluci di lune
    di riflessi dischiusi
    sospesa nel niente
    di un cuore indeciso
    non puoi fare altro
    aspettare che venga reciso

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  2. .. troppi.. sempre insufficienti..

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