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domenica 9 ottobre 2011

E fermo quello che sento, adesso. Adesso è la misura labile e flebile del mio divenire. Gli respiro intorno, come una ladra di aria. Lo fermo tra due dita e poi respiro. Mentre ne sento il contorcesi. E poi ancora, fino a smettere di contare. In quei numeri c'è un'anima, un'anima che all'improvviso sfuma. Ma non si perde. Niente si perde al mondo. E nulla accade per caso. Mi piace giocare con i battiti. Incolonnarli in percorsi accidentati. Mi sembra di insegnare al mio cuore a battere più forte e senza regola. A mordere il precipizio. E a lasciarlo andare lungo la scarpata. Come se fosse un sasso che rischia di scheggiarsi, di perdere pezzi, senza mai cessare di esistere. Il cuore è l'unica realtà che continua ad esistere anche quando lo rinneghiamo. Un fiore tra i capelli, sull'orecchio. Ascolto il mondo dai suoi petali. Ed è così che lo tocco. Come se fossero le mie dita. E le dita urlano, senza parole. Sognano di  andare a fondo come pesci. Quel sasso, quel che resta, stretto nelle mani. Per non colare a picco. Per non andare a fondo. Come se fosse una speranza. Cerco i segni, le tracce, i graffi del mondo, sulla sua superficie. Quasi verità e menzogna. E la tua verità la senti? Quanti sassi ha dovuto ingoiare?  Non so lasciarlo andare e lo tengo abbracciato alle mie dita, mentre mi scavo un pò di piacere addosso. A volte lo poggio sul tavolo vicino al fiore, come per scorgerne le affinità, perchè se le differenza mi incantano, nelle affinità scorre un piccolo barlume di forza, già di quella speranza che modella il futuro. Siamo divinità incomplete. E mi stupisco. Anche un fiore sa lasciare tracce, sa graffiare, sa ferire. Ognuno di noi ha un fiore ed un sasso dentro. Ed è difficile che si incontrino.Ma la magia è nella dolcezza più rude e nuda, quasi sincera, tanto da sembrare effimera. Senza nome, boccheggia a pancia all'aria.
Eppure avrei voluto amarti, sorridendo.
E riempiendoti di quella dolcezza.
A mani piene.
Fino a soffocarti.
Non fui capace di imparare la leggerezza.
Volevo lasciare traccia, forse graffio, o solo un morso, e dimenticai il resto.
Era nel muto sentire di quel sasso immemore.
E nell'oscillare di quel fiore.
Invece colai a picco dentro il mio sangue.
Senza toccarti gli occhi, con i miei baci.
Colai tra parole e fruscii, senza respirarti forte e vicino.
Quella leggerezza era fatta di una forza silenziosa che si chiama fiducia, figlia dell'amore e della pazienza. Pazienza, tempo e verità, ecco cosa ci voleva, per non lasciare andare quelle ali alla deriva.
Figlie rinnegate della loro eco.
Sporcano il cielo.
Altro non sanno fare.

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